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Nano-reef. Una sfida possibile
di Alberto Scapini

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Sommario: Una sfida possibile - La tecnica - La biologia

La vasca
Il sump Lo schiumatoio Il filtro rapido
L'illuminazione Il movimento La temperatura Il calcio
Il rabbocco Le rocce vive Il fondo I valori dell'acqua
La maturazione Gli ospiti Le alghe Gli invertebrati
I pesci La manutenzione    

Il nano-reef, un Berlinese piccolo piccolo.
Infrangere le regole, talvolta, può portare a risultati davvero formidabili. Prendiamo, per esempio, la regola d’oro secondo la quale un acquario marino, per funzionare a dovere, dev'essere il più grande possibile. E’ senza dubbio una "legge" valida e va rispettata.
Ma un appassionato che vanta una buona esperienza e che ama osservare la vita di specie di taglia minuta, può cimentarsi nella sfida opposta, la sfida della vasca più piccola possibile: il nano-reef.
Possiamo definire una vasca nano-reef il "riassunto" di un acquario di barriera: seppur in miniatura, il nano-reef adotta in dimensioni ridotte tutte le soluzioni tecniche che caratterizzano questa "filosofia".
Ricordiamo dunque quali sono le cinque regole d'oro sulle quali si basa l'acquario Berlinese: 
1) Una cospicua quantità di rocce vive;
2) L'uso dello schiumatoio;
3) Una fortissima illuminazione con lampade HQI;
4) Un vigoroso movimento dell'acqua;
5) La costante integrazione di Calcio.

"Nano", la sfida della stabilità.
Chi si occupa d'acquario marino sa che una delle regole per il successo è data dalle dimensioni: più grande è la vasca, più facile sarà la gestione.  Perché? La risposta è semplice eppure non banale.
Facciamo un rapido passo indietro. E poniamoci un'altra domanda: perché i pesci marini tropicali - in generale - sono molto più delicati delle specie d'acqua dolce e temperata? L'Oceano è un habitat dalle condizioni chimico-fisiche estremamente stabili. Questa "immobilità" è dovuta alle dimensioni della sua massa: è costituita da circa 1.370 milioni di chilometri cubi d'acqua.
Un volume del genere "assorbe" molto lentamente eventuali variazioni chimiche o fisiche dovute ad eventi climatici come un cambio di stagione oppure ad eventi atmosferici come un improvviso temporale. Negli Oceani, dunque, pesci e invertebrati non hanno avuto l'esigenza di sviluppare meccanismi di adattamento per superare sbalzi di questo genere senza riportare danni.
Viceversa, in un ambiente dove la massa d'acqua è infinitamente più piccola (pensiamo ad un fiume, ad un lago oppure allo stesso Mare Mediterraneo dove il volume è di "appena" 4 milioni di chilometri cubi d'acqua) le variazioni sono molto più brusche ed incidono sull'intero ecosistema.
Immaginiamo, ad esempio, un violento acquazzone e pensiamo che diverso impatto esso può avere quando si abbatte sull'Oceano e quando, viceversa, sfoga su un piccolo laghetto. Sul reef l'impatto in termini di variazioni di temperatura, salinità ed altri valori chimico-fisici è pressoché nullo; in uno stagno, invece, il nubifragio incide repentinamente sull'ambiente: gli esseri viventi che lo popolano devono dunque essere sensibilmente più robusti dei "cugini" oceanici. 
Ma torniamo al nostro nano-reef, calando nell'ambiente acquario il discorso della stabilità. Se una vasca da 300-400 litri (o più) funziona come un piccolo oceano, è cioé in grado d'"ammortizzare" eventuali sbalzi (dovuti a interventi esterni oppure anche ad errori dell'acquariofilo), è chiaro che una vasca più piccola, in questo senso, è molto più sensibile: un qualsiasi intervento va ad incidere sull'intero ecosistema rischiando di sbilanciarlo. E gli ospiti non saranno certo in grado di adattarsi alle nuove condizioni senza riportarne conseguenze.
La difficoltà del nano-reef è tutta qui.
Ciò comunque non significa che allevare pesci e invertebrati tropicali in 40-50 litri d'acqua sia un'impresa impossibile. Diciamo che, nel caso del nano-reef, l'acquariofilo deve essere un bravo equilibrista in grado di mantenere stabili le condizioni in vasca; deve essere capace di cogliere al volo l'insorgere di problemi; deve essere abile nell'intervenire senza spezzare il sottile equilibrio che governa questo piccolo, delicato ecosistema artificiale. 
Ciò che conta è "pensare" una vasca adeguata, cioé allestire un piccolo impianto dove si possano riprodurre in miniatura le condizioni dell'acquario di barriera e, soprattutto, scegliere le specie di pesci e invertebrati più adatte a questo tipo di micro-ecosistema.


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