Un pomeriggio di settembre del 1998, in un negozio della mia
città, ho visto un Chaetodon trifasciatus. Mi sono
subito reso conto che quellesemplare non avrebbe avuto
possibilità di vivere a lungo in quelle condizioni:
la vaschetta trattata con medicinali era un ambiente assolutamente
ostile per una specie così delicata.
Un po contrariato, ho chiesto spiegazioni al titolare
del negozio e gli ho fatto presente che quel pesce non doveva
essere tenuto in quelle condizioni. Il negoziante è
rimasto stupito. Pensava che Chaetodon trifasciatus fosse
un pesce pari a tanti altri, senza particolari esigenze. Poi
mi ha spiegato che gli era stato ordinato da un cliente il
quale, tra laltro, era incerto se acquistare il Chaetodon
oppure un esemplare di Siganus vulpinus.
In quel periodo avevo sperimentato varie tecniche di cura
sui pesci marini ed ero abbastanza certo, visti i buoni risultati,
di riuscire a curare con successo quasi tutte le patologie.
Per questo ho pensato di chiedergli di venderlo a me. Ma ero
indeciso perché pensavo che acquistando quellesemplare
avrei comunque contribuito ad aumentare l'importazione di
specie che, per le loro particolarissime esigenze, al giorno
doggi non possono essere allevate in acquario.
Ho lasciato il negozio un po sconsolato e sono tornato
a casa. Ma non riuscivo a rassegnarmi al pensiero di quel
pesce sofferente e dallo sguardo triste.
Lo stesso giorno anche un mio amico è passato da quello
stesso negozio e ha visto il Chaetodon. Anche lui ha consigliato
al negoziante di vendere al cliente il Siganus vulpinus (sicuramente
una specie che meglio si adatta alla vita in cattività)
e di affidare il Chaetodon trifasciatus a delle persone in
grado di dargli qualche possibilità di sopravvivenza.
Così è stato. Ma sono convinto che la scelta
del negoziante è stata dettata più che altro
dal timore che, in caso di morte del delicato pesce, il cliente
gli potesse creare dei problemi. La cosa positiva che mi preme
rilevare è che in quel negozio non ho più visto
Chaetodon trifasciatus o altri pesci "impossibili".
"Lalla", così lo abbiamo battezzato, è
arrivato nella mia vasca di quarantena in pessime condizioni.
Non mangiava, presentava un principio di Cryptocaryon irritans,
continuava a scuotere la testa e aveva in atto una preoccupante
occlusione intestinale.
Grazie alle conoscenze che avevo acquisito, ho trattato queste
patologie senza problemi e nel giro di due settimane sono
riuscito a portarlo in discrete condizioni di salute.
In natura questi pesci si nutrono esclusivamente di polipi
d'Acropora e di qualche minuscolo crostaceo. La conformazione
particolare della bocca e dell'apparato digerente consente
loro di ingerire solo pezzi piccolissimi di cibo. Non tutti
i Chaetodontidae presentano questi problemi: solo quelli con
il tipo di bocca come quella del Chaetodon trifasciatus.
In acquario sono riuscito ad alimentarlo con minuscoli frammenti
di Platessa fresca, mescolati con fiocchi e arricchiti con
vitamine. Non mi pesava il fatto di dedicargli un'ora al giorno
e di trascorrere quel tempo ad imboccarlo.
Dopo un mese il pesce ha cominciato ad accettare anche dell'Artemia,
sia surgelata sia essiccata. In seguito è stato introdotto
in una vasca studiata appositamente per lui e anche i suoi
compagni sono stati selezionati in base alle sue esigenze.
Purtroppo non sono mai riuscito a debellare definitivamente
Cryptocaryon irritans e ogni sei mesi dovevo sottoporlo ad
una leggera cura di Rame.
Nella vasca di quarantena, il Chaetodon smetteva immediatamente
di mangiare: queste specie richiedono acqua pulitissima, priva
di metalli pesanti e non trattata con medicinali.
Nella vasca ho sistemato vari tipi d'Actinodiscus, pensando
che non fossero di suo gradimento. Errore: in cattività
questi pesci si adattano a mangiare di tutto e vanno a pizzicare
in continuazione ogni tipo d'invertebrato, perfino quelli
urticanti.
Questo comportamento non gli deve essere stato salutare e
penso che a lungo andare sia stata la causa della sua morte,
unita all'impossibilità da parte mia di garantirgli
una dieta corretta.
Varie volte sono riuscito a guarirlo da infezioni intestinali.
Ma l'ultima volta che si è ammalato, era l'aprile del
2002, ho capito subito che si trattava di una cosa grave.
Nel giro di quattro giorni si è incavato nella parte
superiore del capo: tutte le mie cure sembravano vane. Poi,
invece, nei giorni seguenti, ha ripreso a mangiare e pensavo
che anche questa volta ce lavesse fatta.
Purtroppo, invece, il 5 maggio 2002, è morto all'improvviso.
Ha vissuto in acquario quasi quattro anni, un periodo comunque
troppo breve per una vita in cattività. Questa è
la mia esperienza con Chaetodon trifasciatus. Sono convinto
che altri appassionati non siano riusciti a far sopravvivere
a lungo in acquario questo tipo di pesce.
Spero dunque che la triste "lezione" di Lalla faccia
capire le complesse esigenze di molti Chaetodontidae, e faccia
riflettere chi s'imbatte in un pesce di questa specie in un
negozio dacquari ed ha intenzione di acquistarlo.
* L'autore è a disposizione
di quanti abbiano avuto esperienze simili per verificare quanto
scritto ed, eventualmente, modificare il giudizio su questa
specie.
Luglio 2002
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